PRESENTAZIONE
Commossi e riverenti, riproponiamo le tappe che precedono, procedono e conducono al Santo Natale.
Non abbiamo come scenario le lande sconfinate, aride e sabbiose del deserto del Negev, dove si snodavano lunghe carovane di dromedari e pellegrini; non abbiamo il lago di Tiberiade, né il fiume Giordano, né gli altri luoghi Santi, ma usiamo l’ambiente più idoneo di cui la natura ha dotato il nostro paese, anch’esso uno scenario incantevole, suggestivo e fiabesco.
Una grotta alle falde dei nostri poderosi ed imponenti monti, la notte che scende, sotto la cupola di un cielo di cobalto, che si inarca quasi a protezione dei Personaggi Santi, che in altri tempi trovarono intorno a loro solo freddo, neve, rifiuto ed indifferenza, che era poi freddezza ed aridità nei cuori, almeno i nostri di cuori,  siano pieni di calore ed amore.
Rappresentiamo così, nella modestia che i nostri mezzi ci impongono, le fasi salienti del viaggio che condusse la Sacra Famiglia alla grotta.
Sentiamo nel cuore il desiderio di condividere il calore e la gioia che il nostro Signore bambino Gesù emana dalla culla, quasi a ripetere la profezia di Isaia:
“Giubilate, o cieli;
rallègrati, o terra, gridate di gioia, o monti,
perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri”.
Nel giusto è perenne la gioia divina e celeste, se in lui abita lo Spirito che porta con se carità, gioia e pace.
Giubilo, gioia, pace!!
 
ANNUNCIAZIONE
Dio vuole che l’uomo ritorni a Lui, e gli mette a disposizione la sua divinità, perché l’uomo stesso torni a Lui santificato.
Nel suo misterioso disegno, trasforma in umanità la divinità del suo Figlio.
A chi poter affidare suo Figlio perché prenda le sembianze umane e diventi carne se non alla più pura delle donne ?
Mandò, allora, l’Angelo Gabriele in una città della Galilea, chiamata Nazareth, ad una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando la salutò dicendo: “ Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto.
L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo  chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine.”
Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo!”
Le rispose l’angelo: ”Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombre la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”.
L’angelo turbò Maria, incredula ed esitante, perché l’aveva chiamata piena di grazia e poi Vergine e Sposa. Ma quando lei comprese pienamente il significato del messaggio divino e angelico, felice, proclamò il suo “fiat”.
“Eccomi, disse, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Avvenga dunque in me ciò che hai detto.
Si compia, o Angelo, in me il tuo Verbo: egli abiterà in me, mi serberà intatta, affinché ognuno mi dica e ripeta: “Salve, Vergine e Sposa”.
Come l’hanno, infatti, cantata i Santi “Tota pulchra est, Maria, et maculo originalis non est in te”, e tanti poeti.
Ma è di Dante l’inno più bello:
“Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile ed alta, più che creatura.
Tu sei colei che l’umana natura nobilitasti,
sì che il suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.
Così l’hanno definita nei secoli valenti scrittori, e ritratta supremi artisti nei loro dipinti, così la definisce il dogma dell’Immacolata Concezione proclamata da Papa Pio XII, l’8 dicembre 1950.
 
IL CENSIMENTO
In quei giorni, un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il Censimento di tutta la terra.
Il censimento era un’istituzione dell’antica Roma
Era, in fondo, un’operazione statistica affidata a due censori, i quali dovevano rilevare ed accertare lo stato della popolazione dell’impero, la sua consistenza numerica, la sua distribuzione territoriale e la sua composizione etnica e sociale.
Il censo veniva pagato sia dagli uomini che dalle donne dai 12 ai 60 anni.
Presentarsi per essere censito e registrato, secondo la Legislazione Romana, era un dovere di ogni cittadino. Infatti, i censori, oltre a controllare e revisionare i loro ruoli, esercitavano anche il diritto di sindacare la condotta morale e civile dei cittadini stessi, e di esprimere un giudizio che poteva produrre il passaggio ad una classe sociale inferiore.
Il censimento, anche se era caduto in discredito intorno al 100 a.c., rifiorì proprio per volere di Cesare Ottaviano Augusto nel periodo della nascita di Gesù.
 
MARIA e GIUSEPPE a BETLEMME
Sembrerebbe che, “sotto una dichiarazione temporale, se ne compia una spirituale, che deve essere fatta non al Re della terra, ma al Re del cielo”.
E’ una professione di fede, è il censimento delle anime.
Alla nascita di Cristo tutti si fanno registrare: il mondo intero è convocato, tutti sono messi alla prova.
Non di Cesare Augusto, ma, recita un Salmo, “del Signore è la terra con quanto contiene, il mondo e tutti i suoi abitanti”.
“Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella propria città.
Allora Giuseppe, discendente della casa di Davide, e Maria sua sposa, che era incinta, partirono da Nazareth in Galilea e salirono in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, per farsi registrare”.
Il viaggio è lungo e faticoso per una giovane donna che aspetta un bambino: a passo d’asino, ci vogliono quattro giorni per attraversare la verde pianura i Esdrelon, l’inospitale Samaria e poi le alture della Giudea.
Eppure Maria è con Giuseppe anche stavolta.
C’è un solido amore tra loro: sempre insieme, quali che siano i disagi e le fatiche. E tanto meno Giuseppe può staccarsi da Maria ora, nelle condizioni di lei.
Ed ecco infine la meta, ecco Betlemme.
Il villaggio bianco, disteso sui fianchi di due collinette, si rivela ai viaggiatori dopo una curva, come un’oasi di pace.
Ma dentro è pieno di baccano, in questi giorni, con tutti i betlemiti tornati al paese per il censimento, con i pellegrini che fanno l’ultima sosta prima di Gerusalemme, con i mercanti che si ristorano e scambiano le merci con i contadini. E’ una baraonda di rumori generati dagli uomini intenti ai loro mestieri: il fabbro, il falegname, l’ arrotino.
“Mentre si trovavano in quel luogo per lei si compirono i giorni del parto”.
Però, Maria e Giuseppe erano due fra tanti, nei giorni del censimento.
Due di troppo, e “per essi non c’è posto nell’albergo”.
“Per essi”, cioè per un uomo che ha con sé una donna in attesa di un figlio.
Gli indicano che nei dintorni, non lontano, sulle colline calcaree, vi sono numerose grotte naturali, che servono da riparo alle greggi.
Così, Giuseppe non perde tempo: porta Maria fuori di lì, lontano dalla confusione, e si avvia verso una piccola grotta, dove staranno tranquilli e aspetteranno il bambino che deve nascere.
Che un bambino debba nascere, lo vedono tutti, guardando Maria incinta
Ma nessuno, proprio nessuno pensa di identificarla con “Colei che deve generare”, annunciata da Michea.
Cosicchè, per l’evento, è disponibile soltanto una cavità naturale nella roccia calcarea intorno a Betlemme.
Colui che “stenderà il suo potere fino agli estremi limiti della terra, e sarà la pace”, penetra nella realtà e nella storia umana attraverso la via dei clandestini e dei respinti. Quelle grotte, infatti, servivano spesso di rifugio non soltanto alle greggi, ma anche ai fuggiaschi, ai diseredati, alla gente per la quale non c’è mai posto nel mondo organizzato e perbene.
Quella grotta, quel ricovero di poveracci, quel sentiero tortuoso che vi conduce, saranno d’ora in poi l’itinerario che conduce a Cristo: sempre sulle vie accidentate dei piccoli, dei minimi e degli umili lo si dovrà cercare.
 
LE SIBILLE
La venuta del Signore sulla terra fu preannunciata sia nel mondo ebraico che in quello pagano. Così alle profezie dei profeti ebraici, si aggiungono quelle delle Sibille, che nell’antichità classica impersonavano vergini dotate di virtù profetiche.
Col tempo le sibille diventarono esseri leggendari, mediatrici tra Dio e l’uomo, concepite come figlie di divinità e di ninfe e Dei esse stesse, non immortali ma miracolosamente longeve.
Dapprima la sibilla era una, ma successivamente si cominciarono a conoscere mille sibille locali, che profetizzavano quando e dove erano ispirate, anche senza essere interrogate.
Nella tradizione popolare, e nell’iconografia cristiana, le sibille sono rimaste per lungo tempo come simbolo dell’attesa pagana del Cristo, preannunciatrici del suo avvento, alla pari dei profeti ebraici.
Le riproponiamo perché Europea, Egyzia e Frigia sono ancora affrescate qui a Fara, nella chiesa dell’Annunziata, ai lati dell’altare, con le loro profezie scritte in mano.
[ Egyptia]: “L’invisibile verbo si potrà toccare e non si manifesterà la sua bellezza. Sarà disprezzato dagli uomini, nascerà come Dio da una madre e sarà considerato come un peccatore e Dio gronderà di letizia sempiterna.”
[ Europea]: “Egli verrà ed attraverserà monti e colline. Regnerà in povertà, dominerà nel silenzio e uscirà dall’utero di una Vergine”.
[ Frigia]: “Dio percuoterà i potenti della terra e scenderà sublime dal cielo; sarà ratificata in cielo la volontà divina e sarà annunziato un virgulto alle valli ei deserti.”
 
PROFEZIE CRISTIANE
La venuta di Cristo sulla terra era stata annunciata nei secoli da Abramo, da Mosè, Davide, Isaia, fino a Giovanni Battista, e nel secondo prefazio dell’Avvento si legge:
“Cristo Nostro Signore fu annunciato da tutti i profeti,
la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo con ineffabile amore,
Giovanni proclamò la sua venuta e lo indicò presente nel mondo.”
L’oracolo di Balaam dirà:
“Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele”.
E il Signore disse al profeta Natan:
“Ora dunque và e riferisci al mio servo Davide.
Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere e renderò stabile il suo regno.
Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno.
Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio.
La tua casa ed il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, e il tuo trono sarà reso stabile per sempre.”
Natan parlò a Davide con queste parole e secondo questa visione.
E Dio parlò ancora per bocca del profeta Zaccaria e disse:
“Ascolta dunque, Giosuè sommo sacerdote, tu e tuoi compagni che siedono davanti a te, poiché essi servono da presagio: ecco io manderò il mio servo Germoglio, oracolo del Signore degli eserciti”.
“Pertanto il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele, il Dio con noi.
Egli mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene”.
E poi ancora il profeta Michea: “E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando Colei che deve partorire partorirà.
Egli starà là, e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio . Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace”.
 
NASCITA DI GESÙ’
“Glorifichiamo Cristo, cantando gloria al Signore!.
Ha preso dimora nella vergine Maria,
l’invisibile diviene visibile nella carne.
Adoriamolo, esclamando: Gloria al Signore!!”
 
PASTORI
C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge.
L’angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.
Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro:
“Non temete, perché ecco, io vi annunzio una grande gioia per tutto il popolo: oggi, è nato per voi nella città di Davide un salvatore, che è il Messia, Cristo Signore.
Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.”
Subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama.”
Ed appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano tra loro: “Andiamo a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.
Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva in una mangiatoia.
Il coro dei pastori ripeteva: “Benedetto sei tu, nostro neonato Dio, gloria a te”.
Contemplavano nel bambino adagiato nella misera mangiatoia l’unico benefattore e Signore di ognuno di noi, e ripetevano con gioia insieme agli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli !”.
 
ADORAZIONE di tutti
“Gloria, Gloria” cantavano gli angeli alla nascita di Gesù, e sono gli umili ad accorrere subito per inginocchiarsi di fronte alla divinità che nasce.
Sono filatrici, mercanti di stoffe, fornai e garzoni, contadini e pastori, e ancora fabbri, falegnami, arrotini e canestrai, tutti piccoli artigiani del tempo.
Non hanno molto da regalare, sono poveri anche loro, ma un piccolo dono, frutto dei loro sacrifici, lo recano e lo offrono con tutta la generosità del loro cuore.
Quando i poveri donano ai poveri si apre la vita al sorriso e alla speranza, alla gioia e all’amore.
Dio in terra non nasce in albergo per essere servito, si sceglie una grotta per farsi povero tra i poveri, oppresso tra gli oppressi; lui Re, umile tra gli umili, non si fa riconoscere dai ricchi e dai potenti.
La donna dei dintorni prende un pane fresco dalla madia, un po’ di uova ed una gallina dall’aia: va’ e corre ad offrirli a Gesù.
Una pastorella sceglie nel suo gregge l’agnellino più bello e più tenero, corre e lo porta a Gesù.
Ma un falegname cosa può donargli ?
Pensa.. pensa.. pensa.. e decide finalmente: gli porterò in dono la culla più bella che sia mai uscita dalle mie mani e dalla mia bottega. Non sarà forse ricca e degna di un re, ma nessun altro re, neanche Erode, potrà mai vantarsi di averne ricevuta una a cui siano state affidate tutte le ansie, tutte le speranze e tutta la fiducia di un uomo. E va’!
E il fabbro triste pensa e ripensa anche lui.
Un lugubre presentimento gli balena in mente... i chiodi.. i chiodi no, non usciranno mai dalle mie mani chiodi per un Dio. Gli farò piuttosto un bel lettino dove riposerà tra qualche anno, ma subito ribatto i ferri per gli zoccoli dell’asinello di Giuseppe; un maniscalco di buona volontà li rimetterà a posto perché l’animale sia pronto per ogni evenienza.
E l’arrotino?
“Si, penso anch’io di poter essere utile a Giuseppe: gli rimetterò a posto tutti gli attrezzi del suo mestiere; glieli risistemerò, così potrà riprendere al più presto il suo lavoro, e procurare il pane necessario a Maria e Gesù.
Il canestraio aveva già deciso: con cannizzi, giunchi e vimini intreccerò, per il Re del cielo e della terra, tanti tanti cesti; serviranno alla Madonna per riporre i pannetti del bambino, per poggiarvi su i frutti della terra e per conservare il pane.
Li userà poi Gesù per distribuirvi i pani e i pesci moltiplicati sulle rive del mare di Galilea, tanto i cesti di ora saranno le valige, gli armadi e i mobili del domani.
La processione degli umili verso la grotta prosegue interminabile ancora per chi ha capito Dio, lo ha riconosciuto, ed è rimasto umile di cuore.
 
RE MAGI
“Una stella si leverà da Giacobbe e un uomo sorgerà da Israele” aveva profetizzato Mosè; e quando i Magi, nel lontano Oriente, videro una stella nuova che non si era mai vista dalla creazione del mondo, riconobbero che quella stella indicava l’uomo-Dio, e si misero in cammino.
Giunsero a Gerusalemme domandando: “Dov’è il Re dei giudei che è nato ? Abbiamo visto sorgere la stella e siamo venuti per adorarlo”.
Il re Erode si turbò nel sentire queste parole, riunì i sommi sacerdoti e gli scribi per sapere dove fosse nato il Messia. Gli risposero “a Betlemme di Giudea”, e già macchinava in cuor suo la morte al portatore di salvezza e di pace nel mondo.
Non sono certe tutte le notizie pervenuteci sui Magi e non se ne conosce neanche esattamente il numero. Secondo i doni, la tradizione ce ne tramanda tre, ma già si conosce i quarto, Artaban, che aveva visto la cometa ed era partito per seguirla, senza però riuscire ad arrivare alla capanna di Gesù Bambino insieme con gli altri.
I Magi a noi più noti sono uno nero, uno giovane ed uno più anziano, quasi a voler presentare a Gesù l’intera umanità.
Gasparre è giovane ed offre incenso come ad un sacerdote, simboleggiando il sacrificio offerto alla potenza divina.
Melchiorre è più avanti negli anni ed offre oro a Gesù, proprio per simboleggiare la sua regalità.
Baldassarre infine offre mirra, sostanza aromatica usata allora per imbalsamare un corpo defunto, ed indica proprio gli onori di una sepoltura che non corrompa il corpo dopo la morte.
Quando Artaban, il quarto dei re magi, giunse a Betlemme, non trovò Gesù. Erode aveva ordinato la strage degli innocenti per uccidere il Re Bambino, e Giuseppe, avvertito da un angelo, aveva già preso la strada dell’Egitto per mettere in salvo il Salvatore del mondo.
Artaban avrebbe voluto anche solo adorarlo, perché non aveva più doni da offrirgli.
Infatti, durante i suoi lunghi giorni di viaggio aveva aiutato la povera gente, dispensando i suoi gioielli e le gemme preziose che aveva con sé. Tuttavia gliene rimaneva ancora una, certamente la più gradita a Dio: la bontà del suo animo nell’aiutare le persone bisognose.
La tradizione vuole poi che avesse incontrato Gesù Cristo trent’anni dopo, sulla via della croce, per sentirsi dire finalmente: “quello che hai fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo hai fatto a me”.
 
FINE della RAPPRESENTAZIONE
La stella cometa in cielo irradia ancora nel mondo lo splendore di Cristo nato, per indicare agli uomini la via che porta alla luce ed alla vita eterna.
Il bambino, al tepore dell’alito del bue e dell’asinello, tra le dolci braccia della Madre celeste, sotto la protezione di Giuseppe, si appresta sonnolento e stanco ad ascoltare in terra la sua prima tenera ninna nanna.