Oggi il Comitato "Insieme per...", con la rappresentazione della Natività, ci fa rivivere l'atmosfera della vita semplice, bonaria e faticosa di altri tempi, riproponendo la conoscenza di attività scomparse, usanze dimenticate, costumi di vita tramontati, non certo per nostalgia di quel passato, anche se lí affondano le nostre radici, ma solo per ricordare antiche tradizioni e diversi modi di vivere e mantenerli ancora vivi e presenti nella memoria storica della nostra Fara.
 
 
I pastori Le lavandaie
I taglilegna Le massaie
Le carbonaie La lavorazione dei cereali
La lavorazione della lana Il calzolaio, il fabbro, l'arrotino, lo scalpellino
La lavorazione del lino I tintori
 
 
 
 
I pastori
Non possono mancare i pastori nel Presepe, dal momento che, prima dell'industrializzazione, Fara era un paese naturalmente votato ad una magra agricoltura, per la natura arida dei suoi terreni, ma ad una fiorente e più redditizia pastorizia, per la ricchezza dei suoi pascoli montani, dove attraverso gli antichi tratturi, vi giungevano ad alpeggiare anche tante greggi provenienti dalle Puglie. 
Si producono pertanto, carni finissime, latte, formaggio, ricotta di pecora e di capra ed anche tanta lana.
Il 25 giugno 1810 esistevano in paese molti capi di bestiame, tra cui: 45 tra cavalli, giumente e muli, 100 somari, 2100 capre, 2000 pecore e 100 porci, e non sono contati i conigli, le galline e le oche. 
I Taglialegna
Uno dei primi regolamenti comunali, in 15 articoli per il taglio dei boschi di "Vallegranato" (tre miglia) e di "Selva del Monaco" (altre tre miglia, circa) risale al 1806. Con successive modifiche è andato avanti per tutto il secolo e fino agli anni cinquanta del 1900.
I "guardaboschi" -oggi guardie forestali- segnavano, dopo attento esame, gli alberi da poter tagliare, poi si dichiarava aperto "il taglio". Nelle famiglie degli abituali taglialegna si rianimava quindi il lavoro.
Si partiva di buon'ora, quando la luce fioca della pallida luna filtrava dal "vuccette" lasciato semiaperto apposta (per mancanza di orologi nelle case), per raggiungere il bosco, dopo ore di cammino.
I taglialegna scamiciati, ma con l'immancabile maglia di lana di pecora addosso, uomini robusti, abituati alla dura fatica, abbattevano gli alberi a colpi di accetta, i "passoni", mentre altri più giovani o le donne, con le roncole ne recidevano i rami, "li terture e le ceppe". 
Molti "stellavano" (facevano a pezzi) i fusti più grossi sul posto e, legati con robuste corde (li capizze), li riportavano a casa, caricandone i cavalli, i muli o gli asini; altri trascinavano "i passoni" fin dentro il paese, dove andavano a "scì n'contre" le donne, con le "chiochie" come gli uomini, scompigliate nei vestiti e nei capelli, sudate e "scerpinate" come solo chi le ha viste può capire!
La legna raccolta, dopo essere stata depezzata e spaccata, veniva accatastata, asciugata al sole, vicino alle case dei proprietari, e poi venduta "a canna" o "a mezza canna" (antica unità di lunghezza in uso nel Regno di Napoli) alle famiglie che la richiedevano per il riscaldamento invernale, in quanto esisteva allora solo il camino, "la ciumenire", presso cui si stemperava il freddo invernale e si cucinava, perché non esistevano fornelli elettrici o a gas per preparare i frugali pasti giornalieri. 
Le carbonaie
Spesso in montagna si preparavano le "carbonaie" accatastando conicamente legna, ricoperta di terra e polvere di carbone, perché ardesse lentamente per 10-12 giorni, senza bruciare, per la preparazione del carbone vegetale di uso domestico.
Gli ultimi carbonai, neri in viso, nei vestiti e nelle mani, si sono visti negli anni cinquanta del secolo appena trascorso.
Provenivano da Guardiagrele e li aspettava qui in paese la sorella Esterina, anche lei sporca e nera, l'ultima "carvonara" vista in piazza, dove aveva trovato casa.
Spesso si recava nei vari quartieri per vendere "la carvunelle" da usare nelle "fornacelle" o si andava a richiederla da lei, perché veniva adoperata d'inverno anche per alimentare i bracieri (li vrascire) nelle case.
Se ardeva troppo, perché piccola, la si ricopriva di cenere, per farla durare più a lungo.
Così diventava fantasia anche il suo calduccio! 
La lavorazione della lana
La ricca produzione della lana, ricavata dalle  tosature annuali delle pecore, non poteva essere trascurata.
In ogni famiglia pastorale veniva raccolta in rozzi sacchi o in balle e poi venduta ai commercianti del paese o ai forestieri.
La sua trasformazione richiedeva molti tempi di lavorazione.
Gli acquirenti dovevano farla lavare e liberare di tutte le impurità immagazzinate negli stazzi, al pascolo e nelle stalle, d'inverno.
Dopo la prima pulitura, la lana "in fiocchi" veniva passata allo scardassiere (scardalana) che con gli scardassi la sgrovigliava, la pettinava e l'arrotolava a lucignoli.
Gli scardassi erano due assi di legno lunghe e strette,  una con due manici, con inchiodate due pelli di vitello (le vacchette) bucherellate millimetricamente e con incastrati denti di ferro uncinati,di diverso spessore e lunghezza a seconda del lavoro da prodursi.
Per bucherellare le pelli era necessario un lavoro di grande precisione; l'ultimo che sapeva farlo a Fara era "il cardaro" ( Angelo Di Rocco scomparso nel 1960).
Di solito gli stessi uomini erano "muratori d'estate" e "scardalana d'inverno" per tirare avanti la famiglia. D'inverno giravano di paese in paese e tanti non sono mai rientrati, avendo trovato sistemazione altrove. Avevano un loro linguaggio particolare, ormai dimenticato, e lo usavano tra loro per non farsi capire dai padroni di casa, che li ospitavano ("La frijate de maulone" ... era la cacca di gatto vicino al fuoco!).
I "denti" di ferro venivano ritagliati, arrotolando a mano prima un filo di ferro (di diverso spessore), con un artigianale "marchingegno", intorno ad un'asta di ferro spessa e scanalata centralmente sui due lati .
Con particolari cesoie (la forbice) il ferro arrotolato veniva tagliato lungo le due scanalature dell'asta.
I denti, così diritti, dovevano poi essere inseriti in una nuova asta di ferro, diversamente scavata "la stampe", e quindi piegati con una forte pressione delle dita.
Se ne piegavano due o tre per volta, altrimenti non erano utilizzabili.
Quando erano troppo logorati dal lavoro, con un punteruolo si estraevano i denti vecchi e nei buchi delle pelli s'inserivano i denti nuovi, in modo che gli scardassieri potessero svolgere bene la loro attività.
L'ultima donna a Fara che sapeva "fare i ferri" e quindi "i denti" era Cesira Di Rocco, scomparsa nel 1967.
I "lucignoli" (soffici rotolini di lana sfioccata) erano così pronti per essere filati dalle rocche (le chenuocchie) o dai "filarelli" che la trasformavano in filo torto e sottile che si ammatassava. Si matassava con "u vìnele" (l'arcolaio) e il filarello.
Se lo si voleva più grosso, due fili sottili dovevano essere messi insieme, ritorti nuovamente ed avvolti intorno ai cannelli (pezzi di canna secca lunghi 20-25 cm), inseriti nel "filarello".
Ripresi dai cannelli si allungavano tutti insieme, per mezzo di pioli conficcati in un muro, venivano passati, paralleli l'uno all'altro, al subbio del telaio e ricongiunti ("argnonte") uno alla volta con i fili che passavano per "le licce" e per "il pettine" dell'ultima tessitura realizzata: costituivano "l'ordito".
Per "la trama" i cannelli grandi dovevano essere ridotti in "cannellucci" da inserire "ô ceppe de la gruve" (la spola, la navetta) che spinta dalle mani, correva di qua e di là dal telaio, dopo un movimento ritmico dei piedi che apriva e chiudeva l'ordito, battuto dal pettine che stringeva il filo della trama.
Si aveva così il tessuto, che poteva essere liscio oppure operato, bianco, grigio o a disegni di vari colori, se i fili erano stati tinti precedentemente e disposti in ordine preciso gli uni accanto agli altri, ed avvolti nel "subbio" .
Quasi in ogni casa esisteva "u telarucce" e le donne dell'ottocento erano per lo più filatrici e tessitrici.
I figli da crescere erano tanti e quando in famiglia c'erano figlie da maritare, si tessevano anticipatamente "ruocele e ruocele de panne" di cotone, "d'acce (canapa) e cuttone", di lino per preparare la futura dote, che si dava in acconto della proprietà e veniva scritta e valutata da due estimatori.
Non tutti però potevano permettersi il lusso di avere in dote "le cuperte di lane" (lenzuola bianche di lana) più calde per l'inverno e si ripiegava su quelle di "cercasse", con ordito di cotone e trama di lana..
I "ruocele" erano di diversa qualità: in tessuto liscio, "ntrice" o a "matunelle", più larghi o più stretti, lunghi secondo le possibilità familiari e dovevano servire per tutta la vita, così come pure le lunghe e larghe gonne, per cui si usavano 17 metri di stoffa, arricciata intorno alla vita, lunghe fino ai piedi, e man mano che si logoravano il tessuto si riduceva. Erano protette sul davanti dalla "mandire" (un grembiule facilmente lavabile), spesso ricamata.
La lavorazione del lino
L' "acce" e "u line" si seminavano nelle campagne quasi ogni anno.
Quando le esili piantine del lino, dai fiorellini minuti e di un pallido lieve celestino, sfoggiavano le loro delicate corolle, si aspettava che mettessero i semi (che servivano per i "cataplasmi" durante le bronchiti invernali) e poi vanivano raccolte in "mannelli" e legati con "li junge".
Si lasciavano asciugare un po' al sole e poi subivano il bagno in acqua, dentro "ô tenacce", per diversi giorni, per permettere al fusto legnoso di macerare e rompersi più facilmente.
Quando i fusti erano screpolati e asciutti, iniziava la loro battitura con "la ciaule", un rustico panchetto su cui lavorava un battente di legno, maneggiato dalle donne fuori, all'aria, che aiutava a mandare via la corteccia secca delle piantine.
Ne rimanevano tanti fili che, pettinati e posti nella conocchia, venivano torti (per lo più) dalle mani delle vecchie che spesso intingevano le dita nella saliva per far girare e torcere il filo da avvolgere al fuso.
Poi, come per la lana, dal fuso il filo veniva passato all'aspa (una canna con due pioli ortogonali alle estremità) per essere avvolto in matasse, lavato e preparato per la tessitura in casa.
Erano tessuti rozzi, grossolani, ma risolvevano le situazioni familiari.
Le "pezze" realizzate venivano poi bagnate e ribagnate al fiume tante volte e stese al sole "a le teratore" (uno scosceso pendio a gradoni nei pressi del fiume con pali e corde per stendere) perché diventassero ogni volta più bianche e quindi riposte nelle casse.
 
Le lavandaie
Anche il fiume era il ritrovo delle donne, perché non c'era l'acqua nelle case e molte esercitavano l'attività fissa di lavandaie a giornata.
Inginocchiate lungo le sue sponde, bagnavano, insaponavano i panni, li esponevano al sole, li stropicciavano sulle pietre, rese quasi lisce dal loro sfregarvi sopra e quando era necessario preparavano la liscivia (la luscì) . Tornavano a casa, riscaldavano una caldaia d'acqua, quasi alla bollitura; sistemavano i panni nel "tinaccio" e vi ponevano sopra la "struvelatore" (asse scanalato per stropicciare).Sulla "struvelatore" ponevano un grosso canestro di canne (fatto dai cestai) con dentro un "pannaccio" ("u colacenere" ricavato dai tessuti grezzi fatti in casa) pieno di cenere setacciata. Vi versavano sopra l'acqua bollente ed aspettavano che filtrasse sui panni lentamente e li candeggiasse. Dopo uno o due giorni, ritornavano al fiume per il lavaggio completo e l'asciugatura alle "teratòore".
 
Le massaie
Di soldi nelle case sene vedevano veramente pochi.
Diceva zi' Francische: "Rusucce fatije, Giuvannine fatije, ma se n'arporte li suolde Francische a ecche nze magne!" e "zi' porco ladre", vedendosi circondato dai creditori, quando tornava a casa dopo essere stato fuori per mesi a fare lo scardalana, e dopo aver dispensato ai primi arrivati i pochi soldi racimolati col suo lavoro, usava dire: "Mo che vu'? Nta si truvate ô zuffe, arvice n'aitra voite, ca mo nte pozze pahà!".
Pertanto era molto diffusa la cansuetudine di prestarsi o scambiarsi la merce tra una famiglia e l'eltra, oppure vendere quel poco che si poteva ritagliare dal fabbisogno familiare.
Ognuno coltivava il proprio appezzamento di terreno, con grande cura, per poter riportare a casa un po' di grano, di mele, di granturco, di patate, di fagioli, di ceci, di cicerchia, di vino e di olio, di zucche per l'inverno e per alimentare il maiale, vera risorsa di ogni casa "na rempizze"..
La sistemazione dei prodotti raccolti toccava ancora alle donne.
La donna di quel tempo era una vera manager in famiglia, perché, pur senza soldi, doveva sbarcare il lunario suo e dei suoi, tra cui anche i vecchi senza pensione ma che collaboravano con saggezza, esperienza e come potevano.
I frutti delle campagne dovevano bastare tutto l'anno ed era veramente dura superare "la coste de magge" quando tutto incominciava a scarseggiare e il mese sembrava più lungo in attesa dei primi nuovi raccolti!
Ogni casa aveva le sue galline, i suoi conigli, il suo orticello e così c'era sempre qualcosa da poter rimediare.
Al macello si comprava la carne a Natale e a Pasqua. Chi poteva lo faceva una volta la settimana, la domenica per preparare un buon ragù. 
 
La lavorazione dei cereali
Dopo la trebbiatura, il grano veniva riportato a casa. Quando bisognava utilizzarlo, le massaie lo prendevano dai sacchi, lo ventilavano nel "crivello" (u cruvelle) all'aria aperta, per liberarlo dalla pula rimasta tra i chicchi, lo lavavano ripetutamente, poi lo mettevano largo largo su teloni stesi a terra fuori "li lenzulune", perché si asciugasse al sole e doverse volte, durante il giorno, lo rimescolavano e riallargavano accuratamente con il palmo della mano, scalze e inginocchiate tra i chicchi. Sull'imbrunire lo si rimetteva quindi nei sacchi, pronti per essere portati al mulino ed avere così in casa la farina per il pane, le pizze, le "sagne", impastate quasi giornalmente, non potendosi comprare la pasta già pronta.
Un'altra forma di sopravvivenza proveniva dal granturco.
La scartocciatura (la scejeture) delle marrocche (le pannocchie) diventava ogni anno la festa dei quartieri. Ci si radunava la sera in una casa, poi in un' altra e poi ancora ...
Il mucchio di pannocchie troneggiava al centro della cucina e tutti intorno a scartocciarle una alla volta, mentre si scherzava, si rideva e si cantava.
Le prime brattee ("li fruosce") venivano usate per le stalle, quelle bianche successive servivano per rinnovare "i sacconi" nei letti (e quindi poste al sole ad asciugare), le ultime 3 o 4 si lasciavano attaccate ai tutoli ("li tuozze") e servivano per fare le trecce ("le scerte")di pannocchie, appese nelle case ad asciugare.
Se usciva una pannocchia nera "na zingarella", un giovanotto poteva dare un bacio ad una ragazza! Era questa speranza forse a raccogliere tante persone intorno alle "marrocche".
Durante la scartocciatura i padroni di casa offrivano agli ospiti un bicchiere di vino di produzione propria, a volte buono, altre volte "na cetarelle", ed ai bambini un po' di gassosa. Chi poteva permetterselo preparava i fritti con le patate o senza, ma si cuocevano e mangiavano "chettore e chettore" di marrocche lesse.
Quando serviva la farina di granturco, le pannocchie venivano sgranate ad una ad una, con le dita, o sfregandone una contro l'altra. I chicchi venivano lavati, come il grano, e sui "pannacci" asciugati al sole, quindi portati a macinare nel mulino.
La farina si aggiungeva a quella di grano, per risparmiare, e panificata, fatta a polenta o trasformata in pizza, cotta sotto "la coppe" sul camino, dal momento che il pasto più usuale e più economico era quello di "pizz'e fojje" con aglio, olio e peperoncino fritti.
Le prime pannocchie però, le più tenere, in ogni casa erano lessate o abbrustolite ed i chicchi, rosolati e scoppiettanti in padella, diventavano "u spose e la spose" (i popcorn di oggi).  I tutoli d'inverno alimentavano il fuoco. 
 
Il calzolaio, il fabbro, il falegname, l'arrotino, lo scalpellino.
"La necessità acuisce l'ingegno" e non c'era persona che non si desse da fare per arrotondare il misero bilancio familiare.
Quando non si lavorava fuori, lo si faceva dentro le botteghe, in casa propria.
I rumori dei vari mestieri riempivano  le viuzze del paese.
Si sentiva il tic-tac dei calzolai che battevano sul deschetto dalla mattina alla sera, perché le poche scarpe usate si realizzavano a mano; se logorate, si risuolavano, anzi si chiodavano, per farle durare più a lungo e passarle anche da un piede più grande ad uno più piccolo, altrimenti si andava scalzi o con le "chiochie".
I fabbri avevano un bel da fare nel riferrare asini, cavalli e muli, con la forgia sempre accesa per arroventarvi il ferro da modellare.
I falegnami, quando non avevano mobili da realizzare -perché mancavano i soldi e l'arredamento nelle case si riduceva all' "arca"  (la màdia) indispensabile per preparare pasta e pane- si adattavano a realizzare manici per bidenti e zappe, tini, bigonce e truogoli (li truocche), per gli animali.
Di tanto in tanto si correva dall'arrotino per risistemare forbici e coltelli vecchi, raramente per comprarne di nuovi, fatti a mano ed anche un po' costosi.
Un'altra attività, non sempre viva, era quella degli "scalpellini" veramente artisti incompresi. Dovevano cavare la pietra "dolce" dalla montagna de "La Penna" (Pennapiedimonte), riportarla a Fara, tagliarla in blocchi e poi lavorarla con lo scalpello e il martello a seconda dell'utilizzo richiesto. I loro prodotti erano di solito mensole (li capetielle) per reggere i balconi, scolpite a mascheroni, a grifi, a foglie e fiori oppure stipiti per porte e finestre (le puntunàte), variamente ornati, croci, tombe, statue, fontane, pile per l'olio.(Oggi non esistono più perché la guerra ha distrutto tutto)
Andavano spesso all'estero, in mancanza di proposte sul posto ed hanno lasciato lontano i doni preziosi della loro irripetibile bravura. 
 
I tintori
Tra tante attività che caratterizzavano il paese, non poteva certo mancare, in tempi passati, l'arte tintoria, che tra tutte richiedeva maggiore intelligenza e capacità, per l'effetto finale del lavoro.
Nelle tintorie c'erano, murate alle pareti, caldaie di rame di diversa grandezza, da usare a seconda della quantità e qualità di tessuto da tingere.
Di buon mattino si accendeva il fuoco sotto la caldaia piena di acqua, perché si riscaldasse. Il tintore intanto, "industriante dell'800", preparava la miscela di anilina o di altre polveri coloranti inalterabili e indelebili, seguendo i segreti del proprio mestiere e dopo essersi fornito precedentemente delle materie necessarie, presso l' A.C.N.A. (Agenzia Colori Nazionali Affini) con sede a Milano o presso l'Agenzia di Prato, in Toscana, mentre ancora prima si usavano solo colori naturali ricavati da foglie, zafferano, ruggine, foglia indiana per l'indaco.
Il composto, secondo il colore stabilito, veniva versato nell'acqua della caldaia, quindi vi si intingevano i panni che, con dei robusti bastoni lisci, venivano tenuti tesi, girati e rigirati, allargati e riaffondati con movimento in cerchio, perché le due estremità venivano cucite per poter dare un senso rotatorio ai panni che assorbivano il colore nell'acqua bollente.
Quando i panni erano tinti e freddi, li si sciacquava in acqua corrente e si stendevano ad asciugare.
Più facile era la tintura della lana in matasse, ugualmente delicata, ma più agevole.
I tessuti di lana in pezza ("le ponte") prima della tintura venivano portati alla "valechire". La gualchiera (o follatrice) era una macchina azionata dalla forte pressione dell'acqua del fiume, proveniente forzatamente da un'altezza di 50.60 cm e in caduta su una ruota a palette (una turbina), che girando azionava il "fuso" che a sua volta, agendo da asse di trasmissione, metteva in movimento due "fuoricentro" ("li petieffe") che azionavano due martelli di legno". Questi, alternativamente, si alzavanoe ricadevano, per il loro stesso peso, battendo ora l'uno, ora l'altro sui panni sistemati in un recipiente di legno circolare e rotante ("la pile"), in cui i panni erano obbligati a girare in tondo nell'acqua con l'argilla (detta terra fellone), o con altri prodotti chimici. Girando e girando, i panni diventavano caldi e perciò infeltrivano ("se valeché"), tanto da non distinguersi più l'ordito dalla trama ("s'ové valecate"). L'ultimo gualcatore è stato Gennaro Orsatti.
Subita la gualcatura e l'asciugatura, i panni passavano all'opera di un'altra macchina che li distendeva, essendo dotata di due rulli, uno per dare lentamente il tessuto, l'altro per riavvolgerlo ed in questo lento cammino il tintore o un operaio addetto "cardava i panni", strofinandoli energicamente con grossi cardi raccolti nella nostra montagna, in modo che la macchina cimatrice potesse radere i peli superficiali.
Si ripiegavano a questo punto, e venivano mandati da chi aveva la macchina per l'apparecchiatura, cioè le presse ed altre ancora per la garzatura e la cilindratura che davano al tessuto morbidezza e lucentezza finali.
Il terremoto del 3 novembre 1706 danneggiò gravemente il paese, ma il Capitolo Vaticano stabilí subito di "doversi risistemare il palazzo badiale" ed ordinó "la pronta riparazione della gualchiera, del purgatoio (dove si lavava la lana), della tintoria e del forno". Nel1810 Fara ha tre gualchiere e nel 1829 il Cancelliere Gianfedele Verna chiede un aumento di stipendio per il suo troppo lavoro, che lo ha costretto ad assumere a sue spese un "Emmanuense", "per le fatiche straordinarie, e specialmente della continua bollazione de' panni di lana (istituita nel settembre 1826), essendovi in questo comune 7 macchine da bollo all'oggetto" e la maggior parte dei 2500 abitanti "Scardazzieri di Lana, ed Industrianti di panni, che girono (sic) giornalmente per le Provincie (sic) del Regno, i quali si debbono necessariamente monire di carta di passo, di sicurezza e passaporto e non vi è giorno di riposo, giacchè gli altri Comuni non hanno tale necessità..." "Si fabbricano a Fara anche de' panni soprafini (sic) ed oltraccio vi si fabbricano a migliaia li così detti Peloni e Borgonzò non inferiori a quelli di Romagna, quali si smaltiscono a ribocco nella stessa Romagna, nelle Provincie (sic) del Regno, ed anche in Napoli...." "Vi sono 8 macchine da bollo, 39 Fabbricanti di pannine autorizzati con Sovrani Rescritti... La piazza di Fara é la PRIMA del Distretto dopo quella di Lanciano: vi si celebrano delle Fiere annuali e dei mercati settimanali". Il paese "ha l'antico Palazzo Badiale attissimo per Officina del Registro e bollo, per Cancelleria Archivio ed Abitazione del Regio Giudice, per caserma e per prigioni" ( la grotta azzurra! ).
Da una richiesta di aumento di stipendio, viene fuori uno spaccato fedelissimo delle condizioni socio-economiche della Fara di altri tempi e non poteva farci regalo più bello il Cancelliere Gianfedele Verna!
La storia dei panni e dei tessuti non era finita, in quanto, dopo la punzonatura e il bollo, iniziava l'andirivieni dei commercianti, locali e forestieri, che nonostante la difficile viabilità dei tempi, affrontavano a piedi, con carretti e cavalli, raramente con bighe, i duri e lunghi viaggi che portavano lontano i prodotti locali e riportavano qui generi diversi, che rivendevano o scambiavano con altri.
Il commercio era fiorente, ma i tintori stessi uscivano da casa col cavallo o con l'asino per recarsi a ritirare i panni da tingere in altri paesi dove esercitavano "la pratica" autorizzata e dove, presso amici, li trovavano già raccolti, li riportavano, li tingevano ed apparecchiavano, poi tornavano a riconsegnarli.
Il numero degli abitanti (2500) ci dice che, tutto sommato, non si doveva vivere male, ma le case mancavano di tutto, anche della luce elettrica e le donne la sera, al chiarore della lucerna ad olio, appesa vicino al camino, lavoravano a maglia per la famiglia e realizzavano preziosi merletti e coperte all'uncinetto, per le figlie da maritare o da vendere.